Xylella fastidiosa: cos’è il “batterio degli ulivi”

La cosiddetta “Xylella fastidiosa”, negli ultimi anni, è salita alla ribalta mediatica più volte per aver provocato la morte di gran parte degli ulivi del Salento.

“Xylella fastidiosa”, in questo articolo facciamo chiarezza su questa malattia, che ha cambiato il volto del territorio della Puglia meridionale e purtroppo continua a farlo.

La storia ha inizio nel primo decennio del 2000, quando gli agricoltori della provincia di Lecce iniziarono a notare, con preoccupazione, che lo stato di salute dei propri uliveti stava avendo un calo. Gli alberi tendevano a rinsecchire e perdere “lucentezza”, la produzione di olive diminuiva di anno in anno.

Quale poteva essere il motivo? Il clima? Pratiche agricole errate? Stabilirlo diventava sempre più complicato.

Poi, nel 2013, la scoperta: gli uliveti salentini erano stati attaccati da un batterio chiamato Xylella fastidiosa, presente per la prima volta in Europa.

È stato il fitopatologo Giovanni Martelli, ordinario della Facoltà di Agraria dell’Università di Bari, a intuire che il malessere manifestato dagli alberi di ulivo poteva essere ricondotto alla famigerata Xylella fastidiosa.

Le infezioni provocate agli alberi da questa patologia erano già note in America e in Taiwan, ma di certo non nel nostro Paese… dal quale purtroppo si è diffusa, in seguito, anche in altre zone dell’Europa: Francia e Corsica, Portogallo e Spagna, Germania.

Un batterio che arriva da lontano

Come accennato questa malattia è già nota, purtroppo, in America Latina e negli USA: in California ha colpito e continua a devastare i vigneti, in Costa Rica le piante di caffè mentre in Brasile gli agrumi.

Viene studiata da oltre un secolo ed esiste persino un comitato scientifico internazionale, che si riunisce ogni anno per confrontarsi sulle nuove tecniche di contrasto.

La Xylella fastidiosa che ha raggiunto il Salento, da un confronto del DNA, sembra essere dello stesso ceppo di quella costaricana. Ma come ha fatto ad approdare in Italia?

Sfortunatamente sembra essersi annidata in alcune piante ornamentali importate dall’Olanda: non a caso, infatti, il primo focolaio è stato individuato nel distretto “Gallipoli-Taviano”, polo florovivaistico fra i più importanti nel nostro Paese dopo Sanremo.

Il batterio si è subito diffuso mediante un insetto vettore (Philaenus spumarius, anche detto “sputacchina”) attaccando alberi di Alloro, Mirto, Mandorlo, Polygala, Oleandro.

Tuttavia il danno maggiore è stato fatto agli uliveti… patrimonio della Puglia dal valore inestimabile sia dal punto di vista naturalistico che economico: basti pensare che in Salento sono presenti oltre 12 milioni piante.

In che modo agisce il batterio all’interno della pianta?

Devi sapere che l’ulivo affetto da Xylella viene attaccato nel suo sistema vascolare: il batterio si localizza, infatti, lungo i vasi “xylematici” della pianta, quelli che si occupano del trasporto della linfa grezza e della produzione della linfa elaborata.

Il batterio comincia a nutrirsi della linfa grezza e a moltiplicarsi, nonché a produrre una sorta di mucillagine che, nel tempo, ostruisce il passaggio regolare della linfa grezza dal basso verso l’alto, ovvero verso le foglie.

In pratica i rami, non ricevendo la linfa grezza, iniziano a seccarsi e sono destinati alla morte.

Sfortunatamente la malattia ha un’altissima velocità di diffusione – parliamo di in media di 30 km all’anno – e ancora oggi non è stato possibile arrestare la sua corsa fra gli ulivi.

Ciò significa che dal sud del Salento, purtroppo, è arrivata sino alla provincia di Bari colpendo gli uliveti di Monopoli e Fasano, nonché quelli del territorio circostante.

Una curiosità: nella provincia di Lecce sono stati contati un miliardo per ettaro di insetti vettori Philaenus spumarius, che fino a un decennio fa erano del tutto innocui per l’agricoltura.

Cosa è stato fatto per contrastare la diffusione della Xylella

La lotta alla Xylella fastidiosa è iniziata applicando le linee guida già esistenti, con riferimento alla normativa comunitaria.

Tuttavia era già noto che si trattasse di un parassita insidioso e resistente, difficile da contrastare, per questa ragione è stata fatta una suddivisione del territorio in più parti:

  • zona infetta > 8000 alberi (inizialmente);
  • zona cuscinetto;
  • zona di contenimento.

Le ultime due aree di confine sono state definite come oggetto di alcuni interventi obbligatori, eseguiti per contrastare la diffusione del batterio.
Fra questi, ad esempio, il divieto di movimentazione di piante “inclini al batterio” dalla zona infetta verso la zona sana.

In tutte e tre le aree, inoltre, il terreno è stato lavorato con la trinciatura dell’erba e delle radici, ma anche con l’emissione di insetticidi, per ridurre al minimo la possibilità che l’insetto vettore lo popolasse, diffondendo la malattia.

Tutte queste misure hanno funzionato?

Come avrai capito, no.

Secondo alcuni, la strada migliore da percorrere avrebbe dovuto essere quella dello sradicamento degli alberi infetti, una decisione che non è stata presa principalmente per una questione emotiva.

L’olivo, per i pugliesi, è una pianta identitaria e molti alberi presenti sul territorio sono secolari e plurisecolari.

Comprenderai quanto possa essere difficile “eradicare la memoria” di generazioni passate, rinunciare ai propri ricordi di infanzia e gioventù.

L’estirpazione delle piante, in realtà, era stata prevista, ma i numerosi ricorsi amministrativi volti ad annullarla ne hanno rallentato l’esecuzione, favorendo la diffusione della Xylella.

C’è da dire, a proposito, che anche le difficoltà economiche della Regione Puglia non hanno permesso l’applicazione degli interventi di contrasto sui terreni demaniali, ovvero lungo i fossi, i margini delle strade e in altri luoghi del genere.

Fake news

Ebbene sì, hai letto bene: anche sulla Xylella fastidiosa, nel corso degli anni, sono state diffuse una serie di notizie false date soprattutto dai media.

Ne citiamo alcune sulle origini della malattia, dovuta non al batterio ma:

• allo stato di abbandono degli uliveti;

• all’inquinamento del terreno;

• alla contaminazione delle acque di falda;

• all’uso di diserbanti.

Le opinioni discordanti hanno generato confusione fra la popolazione locale, portandola talvolta a sottovalutare la gravità della malattia e rendendola poco collaborativa nel favorirne il contrasto.

Le soluzioni alternative allo sradicamento degli alberi erano all’ordine del giorno – dall’acqua elettrizzata per sconfiggere il batterio, all’uso di solfato di rame e calce mischiati con un estratto di aglio.

Tutto questo rincuorava, in qualche modo, i proprietari degli ulivi che mai avrebbero voluto rinunciarvi, rendendoli ostili a qualsiasi tentativo di eradicazione delle “piante di famiglia”.

Pertanto si è preferito combattere la malattia con l’uso di concimazioni e trattamenti fisiosanitari, che ha portato solo dei risultati a breve termine…

quasi sempre le piante trattate dopo un po’ di tempo hanno trovato la morte.

La situazione attuale

Da pugliesi possiamo affermare che oggi lo scenario paesaggistico della Puglia non è più quello di un decennio fa e che sta continuando a cambiare.

Il mercato dell’olio del Salento ha subito gravissimi danni e anche il settore vivaistico è in una fase di stallo.

L’epidemia non è stata ancora fermata e possiamo solo attendere che la ricerca scientifica elabori dei metodi vincenti affinché ciò avvenga.

Nel frattempo noi di Madely, nel nostro piccolo, diamo un contributo a favore del riutilizzo del legno tratto dagli alberi colpiti dalla Xylella fastidiosa.

Se non conosci la nostra storia e sei curioso di conoscerla, puoi leggerla qui.

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